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Ebay, un modello di business ancora efficace?

sabato 21 novembre 2009

ebay-annunci-gratuiti

La mia è forse un’impressione erronea, ma ritengo non sia stato dato il giusto spazio ad una notizia di notevole importanza per tutto il movimento web.

Ebay, il colosso americano, ha attivato una sezione di annunci gratuiti.

I comunicati stampa asseriscono che si tratti di una strategia per aumentare il bacino di utenza.

A mio modo di vedere così non è, anzi, tutt’altro.

Penso invece si tratti di una radicale inversione di tendenza: un segno tangibile che il modello di business iniziale – che certamente ha dato i suoi frutti – sta scricchiolando e non è più applicabile tout court ai giorni nostri.

Ebay per un certo periodo di tempo ha rappresentato, per me e per milioni di altre persone, una sorta di pozzo dei desideri. Vi si trovava di tutto a prezzi più che concorrenziali; il punto è che, in larga misura, all’aumentare delle transazioni sono aumentati pure i fee richiesti (non effettuo vendite da anni e, pertanto, potrebbero essere avvenute inversioni di tendenza negli ultimi tempi).

Inoltre, quando le autorità si sono rese conto della portata di questo sistema di vendita, hanno cominciato ad effettuare dei controlli e, da quel che ho avuto modo di leggere, sono emerse numerose irregolarità (venditori professionali camuffati da occasionali, mancanza di documenti di fatturazione, iva non versata, ecc.).

A situazione in massima parte sanata sono sorti molti sistemi di e-commerce low cost facilmente accessibili e, pertanto, il buyer si è trovato ad un bivio: continuare a vendere su Ebay sostenendo costi piuttosto elevati o approntare una infrastruttura privata.

Da quello che osservo molto hanno scelto la seconda strada (ne è testimone il mio comparatore di prezzi preferito), altri hanno continuato ad utilizzare Ebay quale strumento di vendita secondario (per piccoli lotti, particolari promozioni, parte del listino), solo una minima parte, ritengo, ha continuato a vendere solo ed esclusivamente tramite il celebre sistema d’aste.

Sono sorti, inoltre, numerosi siti concorrenti che offrono tuttora, chi più, chi meno, la possibilità di pubblicare il proprio annuncio di vendita gratuito quali bacheca, kijii (di proprietà dello stesso Ebay), vivastreet, subito e via dicendo.

Di conseguenza penso non vi fosse altra strada: cedere alla logica tanto odiata dalle dot com, quella del servizio gratuito.

Ciò detto non posso non affermare che, per molti versi, Ebay mi ha spesso affascinato. È stato il sito che più ha nobilitato il concetto di autorevolezza nel web tramite il meccanismo del feedback (al termine della vendita/acquisto viene assegnato un voto agli attori della transazione). È vero tale dispositivo ha mostrato dei punti deboli nel tempo, tanto è vero che ora chi vende è impossibilitato a giudicare chi compra, ma tuttavia ha rappresentato e rappresenta tuttora qualcosa di ineguagliabile per valutare l’attendibilità di un utente.

Tramite E-bay, inoltre, è sorto anche PayPal, sistema di pagamento online per antonomasia sicuramente odiato da molti ma, sarei uno stolto a non dirlo, maledettamente efficace.

Il sito, infine, credo rappresenti, trasversalmente, un collettore di gusti, mode e opinioni della gente.

Di contro credo di poter dire che Ebay, così come Google, Facebook e molti altri colossi del web non rappresenti un modello di democrazia assoluta. Tutte le modifiche che si sono succedute nel tempo, anche quelle più critiche, non hanno mai visto la partecipazione degli utenti. Oltre alla già citata imposizione relativa ai feedback altre – e forse più gravi – se ne sono determinate allo scopo di favorire PayPal quale (formalmente unico) strumento di pagamento. I fee, inoltre, almeno sino all’ultima mia vendita, sono sembrati anche a me sempre troppo elevati.

A livello strategico ritengo, infine, che non sia stato effettuato tutto il necessario per favorire i venditori professionali: la gestione dei negozi di proprietà di questi ultimi non è mai stata un granchè. Si tratta di micrositi con limitate possibilità di customizzazione. Io credo che sarebbe risultato efficace dare l’impressione di esternalizzare alcune situazioni di vendita, garantendo almeno ad alcuni venditori la possibilità di crearsi, senza particolare esperienza, un sito di e-commerce più accattivante, efficace, efficiente e appunto, in apparenza, slegato da Ebay stessa. Inoltre per chi vende quotidianamente perchè non prevedere un canone mensile anziché un fee proporzionale al venduto (in aggiunta agli odiati diritti d’asta)?

Per concludere il solito epitaffio: si è “spremuto” quanto più si poteva quel modello di business in questi anni e ci si appresta a giungere alla fase discendente del ciclo di vita del prodotto (salvo nuovi e mirabolanti interventi/idee/eventi), oppure si è ragionato solo sul profitto del presente senza considerare che, con opportuni e tempestivi cambi di rotta, si poteva proseguire col medesimo modello per molti altri anni a venire?

A voi la sentenza!

Il web nel mercato immobiliare – Prima parte

lunedì 9 marzo 2009

Tempus fugit…

Avvertenza: tutte le considerazioni presenti in questo articolo si riferiscono solo all’ambito della Provincia di Venezia e potrebbero non essere valide per altre provincie d’Italia.

web-mercato-immobiliareSe, come me, avete la sfortunata necessità di cambiare casa, permettetemi di offrirvi un abbraccio virtuale.

Comprendo perfettamente il vostro disagio: è una attività, difficile, noiosa ed estenuante.

Presumo, non essendo ancora giunto al termine della mia ricerca, che tutto si concluda per approssimazioni; si è talmente esausti che si preferisce acquistare un’immobile che si avvicini solo formalmente a quello sognato pur di non continuare a trascorrere il proprio tempo libero con agenti immobiliari, procacciatori d’affari e strani personaggi, veri e propri alchimisti del mattone, che hanno il dono di trasformare (purtroppo solo a parole) una stamberga in una reggia, che hanno la facoltà di controllare, a piacimento, i concetti di tempo (”…a pochi passi dal centro…” – sì ma con il taxi!) e di spazio (”…un appartamento di grande metratura…” – certo se includiamo nel computo terrazze, pianerottolo antistante l’ingresso, il vano ascensore e pure il parcheggio).

All’inizio di questa avventura pensavo che il web avrebbe potuto aiutarmi nella ricerca permettendomi di risparmiare tempo prezioso. Purtroppo così non è stato!

Procediamo con ordine, possiamo distinguere ed analizzare varie tipologie di siti immobiliari:

  1. siti web di agenzie immobiliari;
  2. portali immobiliari;
  3. portali generalisti che trattano anche di immobili;
  4. portali immobiliari speculativi o garbage (vedremo poi il perché di tale definizione).

SITI WEB DI AGENZIE IMMOBILIARI

Ho analizzato mentre li consultavo (deformazione professionale, non ne posso fare a meno!) circa una cinquantina di siti web di agenzie immobiliari. Quasi tutti hanno un elemento comune: sono realizzati senza considerare minimamente il punto di vista dell’utente e cioè colui che cerca casa.

Sia i siti realizzati da web agency che, ovviamente, quelli costruiti da amatori (perdonatemi, dal mio punto di vista, consegnare un progetto così complesso – in termini di usabilità – a chi non fa web di mestiere è come decidere di farsi operare di appendicite dal pescivendolo!) dispongono di un sistema di ricerca inefficace, di descrizioni degli immobili troppo succinte e fuorvianti e della mancanza cronica di foto degli stabili.

Alcune di queste mancanze, spesso, sono costruite ad arte (imprecisioni, assenza del prezzo, ecc.) al solo scopo di ottenere un appuntamento con il cliente e fargli vedere di persona l’immobile.

Io sono convinto che, nella quasi totalità dei casi, per quanto possa essere in gamba il commerciale, il prodotto non verrà venduto se non asseconda completamente le esigenze del potenziale cliente. A maggior ragione poi se, in precedenza, lo stesso cliente è stato illuso o, al più, ingannato da una descrizione fuorviante o mendace.

Insomma, una pratica simile è un suicidio a livello commerciale: il potenziale cliente, non trovando ciò che cerca, non solo non acquista ma, probabilmente, non sarà disposto più ad ascoltare l’agente qualora si presentassero nuove proposte di vendita a, al limite, potrà anche fare del pessimo passaparola.

Far convergere tutte le attività di marketing immobiliare verso il solo appuntamento con il potenziale cliente, senza alcuna certezza che questi, poi, sia effettivamente disposto ad acquistare è un po’ come se nel Pay Per Click si utilizzasse l’impression come metro di valutazione della bontà di una campagna di Ads: non può funzionare, è la conversione che conta, la vendita!

Dal punto di vista tecnico i siti in questione si assomigliano tutti. Una home page con la dichiarazione di intenti (talvolta poco efficace, in taluni casi il sito sembra addirittura quello di una finanziaria, visto che si pone l’attenzione più sull’aspetto mutuo che sulla compravendita), sezioni chi siamo e contatti e le pagine di ricerca.

Quasi tutti i siti sono realizzati con il supporto di un database prodotti; mi sono, tuttavia, imbattuto anche in siti statici, dove le pagine vengono create a mano, una per una; mi sembra un errore grossolano, giacché l’uso del db dovrebbe essere sempre previsto per un “sito catalogo”, soprattutto in considerazione della riduzione del costo di aggiornamento delle pagine.

In genere, nel sito immobiliare, è il sistema di ricerca il vero elemento catalizzatore e lo snodo verso tutte le altre pagine.

Il fatto è che, nella quasi totalità dei siti che ho visitato, l’applicazione di ricerca non tiene conto, come dicevo, nemmeno delle esigenze più elementari dell’utente. Gli errori più comuni sono i seguenti:

  • difficoltà nel filtrare i risultati, con la conseguenza che, spesso, è necessario visualizzare centinaia di schede prodotto prima di trovare quella che, almeno potenzialmente, può interessare;
  • descrizioni poco efficaci nei link che portano alla scheda immobile. È facile imbattersi in lunghi elenchi di link le cui etichette sono qualcosa di simile a “appartamento numero 1”, “appartamento numero 2”, ecc., (esagero ma vi posso assicurare che non sono molto lontano dalla realtà). Con descrizioni simili mi chiedo come sia possibile effettuare una scrematura e giungere alla scheda immobile che interessa;
  • laddove presente, il sistema di filtro risulta, spesso, difficilmente raggiungibile, non perfettamente funzionante o privo di opzioni essenziali (come, ad esempio, la presenza di garage, di giardino, il numero delle camere, il riscaldamento centralizzato e molti altri ancora);
  • la difficoltà di filtrare la ricerca per certe zone della città. Giova sapere che il comune di Venezia è molto vasto e comprende più zone di terraferma (Mestre, Marghera). Ecco allora che in molti di questi siti (e, spesso, anticipo, anche nei portali) alcune zone non sono presenti ed è necessario scorrere tutti gli immobili del comune per trovare le schede che interessano. In alcuni casi il filtro utilizza il termine generico “periferia”. Ma come può essere stabilito a priori quali siano le zone di periferia di una città? E, nel caso di una metropoli, restringere a periferia porterebbe comunque ad un numero troppo elevato di risultati.
  • schede immobili carenti sotto tutti i punti di vista:
    • le descrizioni sono incomplete: mancano dati essenziali come l’età dello stabile, il piano, il tipo di riscaldamento, ecc.. Tale pratica mal si sposa con l’indole del navigatore, abituato a ricercare pregi e difetti del gadget dal costo di 50 euro, figuriamoci quando deve spenderne qualche centinaio di migliaia;
    • spesso mancano le foto dell’immobile o, se presenti, sono poco rappresentative. Quasi mai viene fotografato l’esterno. A tale riguardo gli agenti sostengono che è una pratica volontaria necessaria al fine di non far identificare l’immobile con la conseguenza che ci si accordi direttamente con il proprietario. Io credo, tuttavia, che vi sia, quasi sempre, la possibilità di dare almeno una indicazione fotografica “mascherata” della zona o perlomeno sia possibile creare una descrizione testuale che supplisca a tale mancanza quando questa sia assolutamente necessaria;
    • difficoltà ad ottenere feedback rapidi; a mio avviso se si pubblica una e-mail è necessario rispondere sempre alle richieste da web e in tempi rapidi. Nel mio caso ho, spesso, ottenuto risposte a distanza anche di una settimana o non ne ho proprio ottenute;
  • mancanza di un campo di ricerca libera; una tale opzione supplirebbe almeno alla metà degli inconvenienti sopra elencati, sempre se realizzata cum grano salis;
  • interfacce poche intuitive, realizzazioni di applicazioni Flash, splash page, animazioni inutili, laddove l’utente cerca, ancora più che in ogni altra tipologia di sito, informazioni in maniera rapida ed efficace;
  • gestione non troppo efficiente delle mappe (siano di Google o meno). Spesso e volentieri la mappa non identifica correttamente la zona di appartenenza dell’immobile, a volte “saltano” le api di google, a volte, addirittura, mi è capitato che la mappa riportasse, per ogni scheda, la posizione dell’agenzia immobiliare e non dell’immobile;
  • rara presenza di form immediati di contatto; ad esempio in home page o anche nelle singole schede, dove vengano richiesti pochi dati essenziali quali, ad esempio, nome e numero di telefono;
  • scarsissima attenzione al posizionamento nei motori di ricerca e al copywriting web: nove siti su dieci non applicano alcuna delle regole seo basilari, non utilizzano mod rewrite, non utilizzano segni identificatori (quali grassetto, corsivo, testi colorati, hover dei link, ecc..);
  • mancanza cronica di elementi innovativi come i video, le recensioni, il “dillo ad un amico”, i pareri di chi ha già acquistato, le newsletter.

Insomma il panorama, salvo qualche raro caso, appare, mia personalissima opinione, assolutamente desolante. E vi assicuro che potrei continuare ulteriormente…

A questo punto, per concludere, sembra utile analizzare due questioni di fondamentale importanza:

  • quale sia il motivo di un utilizzo così inefficiente del mezzo web;
  • come dovrebbe essere costruito in maniera efficace ed efficiente un sito web di una agenzia immobiliare.

Alla prima questione si può rispondere adducendo che il settore immobiliare è ancorato ad un metodo di vendita arcaico, privo di elementari forme di marketing moderno. Per anni, inoltre, si è assistito ad una ascesa inarrestabile del mercato della casa, con la conseguenza che la domanda è risultata sempre crescente e, pur di effettuare una compravendita, l’utente era disposto a trascurare le inefficienze di molti operatori del settore.

Ecco perché sono sorte agenzie immobiliari praticamente in ogni quartiere delle città, molte appartenenti addirittura alle medesime catene di franchising. Ricordo una simile proliferazione di esercizi equivalenti quando il videoregistratore diventò un prodotto di massa. Eppure ora, a distanza di pochi anni, le videoteche si possono quasi contare sulle dita di una sola mano nell’intera provincia.

Insomma, per un certo periodo di tempo, ogni attività in ambito immobiliare, anche se gestita in maniera poco abile, ha comunque portato generosi ricavi.

Oggi direi però, crisi o non crisi, che la “vena d’oro” si è ormai esaurita e, per forza di cose, molti degli operatori improvvisati dovranno, prima o poi, rendersene conto.

Quanto alla realizzazione efficace ed efficiente di un sito web immobiliare, oltre a quanto trattato in precedenza, direi che, in primo luogo, mi sembra necessario puntare sui contenuti, sulle descrizioni e sul seo e poi, eventualmente, sulla parte grafica. Insomma io che cerco casa voglio informazioni immediate e accurate, null’altro, poco mi importa di visualizzare animazioni ed ornamenti.

La ricerca dovrebbe essere del tipo “one clic and go”, scrivi ciò di cui hai bisogno e filtra, secondo successive approssimazioni, sino a raggiungere la scheda immobile che più ti interessa. Quest’ultima dovrebbe essere dotata di un buon testo descrittivo, una tabella (anche realizzata tramite un sistema di icone) che descriva le caratteristiche intrinseche dell’immobile e di una galleria immagini che permetta di visualizzare ogni singolo vano dello stesso, pure il giardino o il garage se presenti. Lo ripeto, devo spendere centinaia di migliaia di euro e, prima sprecare il mio tempo prezioso allo scopo di vedere fisicamente l’immobile voglio essere certo che sia dotato di tutte ciò che ritengo utile.

Il discorso seo è complicato, certamente non si può pensare di ottimizzare per chiavi del tipo “appartamento + città”; credo, tuttavia, che un mod rewriting realizzato per categorie – un url di esempio potrebbe essere il seguente: sito.ext/località/tipo di immobile/nome scheda – potrebbe essere comunque efficace. Non mi dilungo ulteriormente, ma ritengo dovrebbe essere imperativo l’uso dei tag H1,…,Hx, del grassetto, e di tutte quelle buone pratiche che permettono ad un sito di emergere nei motori di ricerca.

Veniamo, per concludere, ad un abbozzo di analisi costo/opportunità. Un sito con queste caratteristiche non credo abbia costi elevatissimi, costi, comunque, in ammortamento per diversi anni. Forse la voce più ingente potrebbe essere quella relativa all’aggiornamento che dovrebbe essere puntuale e costante.

Anche ammettendo, tuttavia, che quest’ultimo risultasse molto elevato io credo risulterebbe comunque inferiore al costo sostenuto tutte le volte in cui viene fatto uscire dall’agenzia un agente (telefonino, carburante, ecc.) che torna a mani vuote perché l’immobile non è risultato di gradimento al potenziale cliente proprio per la mancanza di una descrizione efficace online e/o offline.

Fine della prima parte.

Un anno e più di spunti

lunedì 21 aprile 2008

spunti.jpgÈ trascorso ormai più di un anno dalla pubblicazione del primo articolo di Ranked.it e, mi auguro, di aver mantenuto i propositi che mi ero posto.

Ho sempre pensato che nel web si possa avere successo solamente creando qualcosa di veramente innovativo o, in alternativa, migliorando notevolmente qualcosa che già esiste; così, a corollario, per ciò che concerne i blog, si può scrivere di qualcosa di originale o citare chi scrive qualcosa di originale apportando miglioramenti e definendo opportune riclassificazioni (offrendo, di fatto, un percorso di lettura più a misura di utente).
Personalmente credo di aver cercato di produrre contenuti originali e questo, consentitemi di dirlo, mi costa non poco in termini di impegno e tempo e spiega il numero ridotto di articoli pubblicati.

Ciò detto, ringrazio sentitamente tutti i lettori di questo blog e propongo altri quattro spunti che mi auguro risultino altrettanto interessanti!

Uso dei tag

Il tag o etichetta non è altro che un collegamento ipertestuale a pagine, sezioni, articoli che trattano dell’argomento specificato nell’etichetta stessa. Viene utilizzato in maniera massiccia nei blog, nei portali, nei siti social quale meccanismo di navigazione trasversale rispetto al tradizionale menù di navigazione.

Se vogliamo possiamo considerarlo una shortcut per effettuare una data ricerca: volendo, per esempio, individuare tutte le pagine che trattano di “scarpe sportive” possiamo indifferentemente digitale tale termine nel campo di ricerca del sito o selezionare, in maniera molto più rapida, l’omonimo tag.

Il sistema delle etichette è molto efficace e immagino che presto verrà utilizzato anche da sistemi software non web related.

Per i motori di ricerca il tag risulta un elemento di fondamentale importanza: permette di tracciare un percorso di scansione dei contenuti di un sito secondo logiche fortemente semantiche.

Ciò detto, io sono convinto che molti blog, siti e portali abusino di tale strumento: deprimano, cioè, la user experience anziché migliorarla.

Limitando l’analisi ai soli blog posso affermare che:

1. le categorie sono tag, soddisfano la definizione di cui sopra;

2. inserire in ogni articolo un tag troppo generico o che ripete pedissequamente l’etichetta della categoria rappresenta, a mio avviso, un grave errore: è un elemento ridondante e, a lungo andare, distoglie l’attenzione dai quei tag che, invece, rappresentano l’unico mezzo rapido per giungere ad un certo argomento;

3. la conseguenza è la seguente: in un articolo dovrebbero essere inseriti solo ed esclusivamente quei tag che garantiscono valore aggiunto e cioè quelli che permettono la navigazione trasversale verso risorse raggiungibili, in maniera tradizionale, con estremo dispendio di tempo;

4. L’efficacia di un tag è inversamente proporzionale al suo uso: se ogni articolo del blog contiene lo stesso tag evidentemente quest’ultimo perde di qualsiasi efficacia;

5. le nuvole di tag (tag cloud), a mio avviso, non garantiscono alcun valore aggiunto, creano dissonanza cognitiva (spesso mi imbatto in blocchi di link che si estendono per più di 500px in altezza!) e quindi tendono a confondere l’utente.

Aggiungo anche che sarebbe opportuno strutturare uno standard atto a definire la valenza di un tag (ad esempio attraverso l’uso di colori o altri segni distintivi). Potrebbe, infatti, essere molto efficace definire tipi di tag che afferiscono a interi livelli o macro aree di un sito web e altri, invece, a singoli argomenti o risorse (basterebbero due colori diversi, universalmente riconosciuti, per tipo di tag).

Concludo segnalandovi questa discussione su TPU che tratta proprio di questo argomento.

Il problema del padding con Internet Explorer 6

Internet Explorer 6 risulta a tutt’oggi uno tra i browser più utilizzati dall’utente medio. Credetemi sulla parola, nonostante non vi sottoponga statistiche di utilizzo, studi e proiezioni!

IE6 ha decine e decine di errori di interpretazione dei css e funziona, molto spesso, con logiche che vanno ben al di là degli standard W3C.

A questo riguardo sono costretto a far notare che molti siti web, blog e portali non considerano che, sotto certe condizioni, tale browser interpreta in maniera non corretta il padding di un box, specialmente quando il layout viene realizzato tramite float.

Lo spiacevole risultato è il seguente: la sidebar (la colonna laterale) del sito o del blog anziché disporsi a lato della colonna centrale, collassa e si pone sotto di essa, generando non poca confusione nell’utente.

Questo errore si verifica in numerosissimi siti web anche di importanza nazionale! Suggerisco quindi di progettare un sito considerando quale piattaforma di test quella utilizzata dall’utente medio e non la propria.

Se Microsoft vi ha “imposto” l’installazione di IE7 vi propongo una soluzione molto pratica per visualizzare pagine in “formato” IE6: installare Ie View, una semplice e gratuita extension di Firefox.

Un layout per landing page da testare

È un dato incontrovertibile, le landing strutturate sul modello americano (chilometri di testo, poche immagini, ripetute call to action e, in generale, scarsa attenzione all’aspetto estetico) convertono. Personalmente le trovo piuttosto sgradevoli; io, però, non faccio testo: sono – e non è un vanto – un super utente!

Mi sono spesso chiesto tuttavia se vi possano essere altri modelli di landing che garantiscano al web marketer di “ipnotizzare” l’utente e indurlo a selezionare il fatidico link “compra subito”!

A questo riguardo ho pensato ad una landing che si sviluppa in orizzontale: immaginate una serie di cartelloni pubblicitari che reclamizzano un certo prodotto, per spostarsi da un cartellone all’altro basta semplicemente un clic del mouse; il movimento viene realizzato tramite un javascript che permette di ottenere uno scroll morbido (viene quindi rispettato il principio universale secondo il quale l’utente non deve utilizzare la barra di scorrimento orizzontale del browser quando naviga). Da un’altra angolazione pensate a quattro o più pagine web affiancate tra loro, ciascuna dotate di testo, immagini e link che, tramite un gradevole effetto di scrolling, permettano di raggiungere le successive.

Qualche tempo fa ne ho creato un prototipo anche grazie al mio amico Marco Olivetti (potete scaricare liberamente codice ed esempio nel suo blog) che a breve verrà sottoposto ad un testing intensivo su Adwords.

Mi auguro che altri mi imitino sarebbe interessante raccogliere poi nei commenti o in un articolo ad hoc pareri, impressioni e risultati.

Captcha, la morte del form

Quasi quotidianamente rimpiango di non aver studiato archeologia! Se l’avessi fatto forse sarei in grado di decifrare certe sottospecie di geroglifici che taluni siti si ostinano a chiamare Captcha.

Lo so, è un meccanismo necessario per prevenire lo spam, ma questo non giustifica il fatto che, in alcuni casi, si sia raggiunto un tale livello di incomprensibilità che, per paradosso, il captcha è diventato l’elemento del form che più fa perdere tempo all’utente.

Pertanto, ogniqualvolta sono costretto a strizzare gli occhi davanti a immagini contenenti numeri distorti, semitrasparenti, circondati da fogliame o fauna di vario tipo, la tentazione di abbandonare la pagina web è molto, molto forte.

Pensate al celebre sistema di sharing Rapidshare: il capcha è composto da un serie di sette numeri – già di per sé incomprensibili -, ciascuno dei quali seguito da una figura stilizzata di cane o gatto. Il sistema chiede all’utente di inserire nel box di convalida solo i numeri associati alla figura di un animale o dell’altro. Siamo al ridicolo!

La lotta agli spam bot probabilmente impone soluzioni drastiche ma, se si continua di questo passo, oltre agli spammer soccomberanno anche gli user!

Alcuni siti ovviano all’inconveniente utilizzando captcha che sottopongono all’utente semplici addizioni. Non so se tale soluzione è praticabile dai siti di grandi dimensioni ma, se anche non lo è, resta il fatto che la direzione intrapresa è comunque del tutto errata.

Miglioriamo l’usabilità del nostro blog!

domenica 13 gennaio 2008

Usabilità del blogIl blog rappresenta, senza dubbio, lo strumento che più ha rivoluzionato il modo di fare web: grazie a piattaforme quali WordPress, Blogspot, MovableType ed altre, chiunque, in tempi rapidissimi, è in grado di personalizzare, secondo le proprie esigenza, una infrastruttura per la gestione dei contenuti solida, semplice da aggiornare e, generalmente, di bell’aspetto.

In questo articolo mi ripropongo di suggerire alcuni principi che possano migliorare, in maniera consistente, l’usabilità del vostro blog e cioè l’attitudine di quest’ultimo ad essere fruito in maniera efficace ed efficiente dall’utente medio.

Nella fattispecie:

  1. scrivere titoli efficaci per ciascun post;
  2. se un articolo viene suddiviso in più post è buona norma inserire in ciascuno di essi un indice, in modo tale che l’utente che proviene da un motore di ricerca riesca ad avere comunque una visione d’insieme;
  3. utilizzare, laddove possibile, il principio della piramide capovolta (ne ho parlato in questo articolo);
  4. gestire in maniera opportuna i feed. Molti autori, allo scopo di ottenere comunque una visita al proprio sito (e far visualizzare gli ads, aggiungo io) sono soliti integrare nei propri rss solo un breve sommario di un articolo; ciò complica notevolmente le cose a chi, come me, utilizza un palmare (o altri strumenti come il mio nuovo ebook reader o un telefono di ultima generazione, I-Phone, ad esempio, che sarà presto disponibile in Italia). Con tali dispositivi, la transizione dal software che gestisce l’aggiornamento e la lettura dei feed (io ne uso uno gratuito che mi sento di consigliarvi: pRSSreader) al browser web è lunga e molto fastidiosa; la connessione non è sempre disponibile e, pertanto, molti usano aggiornare i feed non appena agganciano una rete wi-fi, per poi leggerli off-line. In quest’ultimo caso proporre il solo sommario significa, spesso, rendere molto scontento l’utente e rischiare che elimini il vostro blog dalla sua personalissima lista. Credo, peraltro, che l’utente che utilizza i feed sia piuttosto esperto e quindi poco propenso al clic sui vostri Adsense;
  5. garantire supporto ai browser dei dispositivi mobili: fino a poco tempo fa si trattava, purtroppo per molti, di una spiacevole evenienza, di un tipico problema di accessibilità. Ora le cose sono cambiate, questi strumenti sono così diffusi che, in breve tempo, entreranno nel novero delle dotazioni informatiche standard e quindi nel raggio di azione dell’usabilità. Così, se un tempo era un errore discriminare i “pochi” utenti svantaggiati, ora è diventato un abominio non rendere il proprio blog fruibile a questa categoria di user. Qualcuno storcerà il naso adducendo che ciò significherebbe creare un template ex novo, ottimizzato per gli schermi ridotti! Niente di più falso, bastano 10 minuti di tempo e WordPress Mobile Edition di Alex King per ottenere una versione mobile del proprio blog che si attiva ogniqualvolta quest’ultimo viene navigato da un dispositivo di quel tipo. Immagino esistano componenti simili anche per tutte le altre piattaforme blog;
  6. migliorare la gestione della pagine di errore (404): ne ho parlato tempo fa in questo articolo;
  7. utilizzare in maniera appropriata lo strumento TAG: è inutile riempire un articolo di tag inutili al solo scopo di poter posizionare per chiavi che mai nessuno andrà a ricercare nei motori di ricerca! Direi che, in media, quattro o cinque termini rappresentativi siano più che sufficienti, anche perché l’efficacia di un tag penso sia inversamente proporzionale al suo utilizzo. Aggiungo che, tuttavia, nutro qualche riserva sull’efficienza delle cloud di tag;
  8. dare supporto alla ricerca avanzata: la ricerca standard di WordPress è assolutamente migliorabile. Alcuni addirittura la disattivano e preferiscono implementare il box di Google (mi chiedo se valga la pena di rischiare di perdere un utente per pochi spiccioli!). Ecco allora un plugin che può essere utile allo scopo: Search Everything di Dan Cameron;
  9. garantire un’ottima leggibilità: il blog deve essere letto e non solo visto! Meglio rinunciare agli effetti grafici di ultimo grido se questi impediscono una agevole lettura. È necessario garantire sempre un adeguato contrasto tra sfondo e carattere. Inoltre, si devono utilizzare sapientemente margini, padding e interlinea: diamo respiro ai blocchi di testo, nulla urta di più l’utente che la “dissonanza cognitiva”, ammassi di vocaboli senza stacchi, né separatori. Nel caso estremo in cui non si possa rinunciare a certe componenti grafiche (potrebbe essere il caso di un blog aziendale che debba rispettare particolari standard estetici) si può utilizzare uno switcher che permette all’utente di scegliere in autonomia che tipo di layout preferisce;
  10. gestire la sidebar in maniera appropriata. Questa componente, pur rappresentando un elemento cardine del blog, viene spesso sottovalutata. Mi sono chiesto più volte, infatti, chi mai naviga il web log tramite gli archivi (la lista di collegamenti ai mesi, per cui selezionando, ad esempio, dicembre si giunge all’ulteriore lista degli articoli scritti in quel dato lasso di tempo) o il calendario, eppure sono spesso presenti nella prima schermata! Io sto pensando addirittura di eliminarli, mi è bastato un giro su CrazyEgg per dissipare gli ultimi dubbi. Di conseguenza credo che una buona sidebar debba mostrare immediatamente la ricerca, le categorie e tutte quelle componenti che più sono utili all’utente, relegando a fondo pagina, per l’appunto, archivi, meta, credo pure i link e tutto ciò che ha minore importanza per i vostri lettori.

Concludo l’articolo giunto, casualmente, a dieci punti. Tratterò ancora di questo argomento, nel frattempo cedo a voi la parola.

I nuovi orizzonti della pubblicità on line

sabato 3 novembre 2007

Il futuro della pubblcità onlineLa pubblicità su Internet ha, senza dubbio, tantissime forme e modalità di applicazione. Su quest’ultima si basa la quasi totalità dei ricavi da parte di un grandissimo numero di portali e siti web che hanno impostato il loro business sulla vendita di visibilità: sia essa generata dal posizionamento sui motori di ricerca, dall’autorevolezza del proprio sito e/o dalla comunità di utenti fidelizzati tramite strumenti quali newsletter o community.

Lo stesso Google basa una gran parte dei suoi guadagni sulla vendita di spazi pubblicitari, di cui i due noti programmi di advertising AdWords e Adsense sono la celebre espressione.

Fondamentalmente, la vendita di visibilità sul web ripropone il concetto dei media classici per i quali l’inserzionista paga in base al bacino di pubblico che il canale in questione (stampa, radio, tv) è in grado di raggiungere, misurato attraverso strumenti statistici, come ad esempio l’auditel, che rappresentano proiezioni su larga scala di un consumo mediatico indagato su piccola scala.

L’impatto rivoluzionario che il web ha portato nel mercato pubblicitario ha due facce ben distinte:

  • da un lato, certamente un minor costo per l’inserzionista rispetto ai media tradizionali, dovuto ad una tecnologia più snella per la pubblicazione, ma anche, ahimè, destinato ad un’utenza, specie quella aziendale, non ancora matura per il mercato web.
  • dall’altro, l’esatta misurabilità delle campagne di advertising intraprese dagli inserzionisti, ai quali viene fornito un report preciso sino all’ultimo dei visitator.

È su questo ultimo punto che intendo fare alcune brevi riflessioni: la tecnologia della misurazione della campagna.

Alcune considerazioni:

  • Media tradizionali.
    Un’azienda che vuole fare del mailing spedisce delle lettere a dei potenziali utenti, ma non sa, se non in base a percentuali statistiche, il numero delle persone che ha effettivamente aperto la busta o il depliant che gli è stato recapitato nella casetta delle lettere.
    Un’azienda che vuole fare uno spot in tv, sulla radio o su un giornale, sa esattamente il formato dell’annuncio (tot secondi di audio/video oppure un certo formato all’interno di una pagina) ma non sa, in pratica, a quanta gente sarà esposto l’annuncio, chi lo assimilerà, chi sarà interessato ad esso.
  • Internet.
    Un’azienda che vuole fare e-mail marketing o acquistare degli spazi su una newsletter non sa ancora in concreto quanti vedranno la comunicazione; ma riuscirà ad individuare, tramite strumenti statistici, il numero delle persone interessate all’annuncio e quante compieranno un’azione (andare a visitare il sito dell’inserzionista). Questi dati, incrociati coi risultati delle vendite, possono garantire una computo quasi esatto del successo della campagna.
    Un’azienda che vuole comprare degli spazi su siti frequentati dal suo target potenziale, sarà in grado di stabilire, sempre attraverso statistiche, il numero esatto degli utenti che sono arrivati sul suo sito tramite quella forma di advertising.

Questi esempi mettono in evidenza una cosa molto semplice: con l’avvento della pubblicità su Internet, il rischio d’impresa dell’investimento pubblicitario per l’azienda si riduce notevolmente, in quanto questa è in grado di misurare con molta più precisione la bontà della campagna ed i suoi risultati.

Senza contare che Internet permette una comunicazione molto più profilata da una parte, e molto più pull dall’altra, in quanto l’azienda, se l’obiettivo va al di là del mero branding, va ad intercettare il bisogno del potenziale cliente nel momento stesso in cui questo bisogno è manifesto (un esempio, ironico poiché realmente accaduto, potrebbe essere quello di un’azienda di una compagnia aerea: che, invece di distribuire “a pioggia” i fondi pubblicitari su tutto il web, potrebbe concentrarsi sui siti e/o sulle keyword legate alle vacanze, ai viaggi e agli trasporti in generale). E questa, se vogliamo, è una ulteriore riduzione del rischio d’impresa nella gestione della pubblicità.

Detta in parole povere, se io ho un’azienda e voglio vendere di più, mi assumo il rischio di fare pubblicità su un mezzo piuttosto che su un altro, e i risultati saranno dipendenti dalla mia abilità nella pianificazione della campagna. D’altronde, la stessa creazione di un’azienda porta con sé una componente di rischio, ovverosia l’incognita del successo dell’impresa stessa, cosa non calcolabile a priori e uno dei motivi principali per cui si creano i business plan in fase di start up.

Qual è quindi la vera innovazione che Internet ha portato al mercato pubblicitario?

Sicuramente il fatto che potendo, tramite software, misurare in maniera sempre più precisa i risultati della campagna e il comportamento del target, si aprono diversi nuovi scenari per chi deve investire in advertising, tutti molto favorevoli.

Questo sviluppo si manifesta inequivocabilmente nel passaggio tra le diverse forme di advertising on line.

Si è passati dall’acquisto di banner, al pay per click o pay per lead; dal PPC/PPL al cost per action o pay per sale (CPA/PPSALE)

Vediamo in dettaglio delle brevi definizioni.

  • Banner: l’azienda remunera un sito web che visualizza, un certo numero di volte, un suo annuncio pubblicitario (già un passo avanti rispetto ai vecchi media, in quanto sappiamo ESATTAMENTE quante visualizzazione riceverà l’annuncio).
  • Pay per click: l’azienda non paga più per la mera visualizzazione dell’annuncio ma il click su di esso, con conseguente visita al sito aziendale o landing page.
  • Pay per action: l’inserzionista non paga la visibilità, ma paga una concreta azione da parte dell’utente (richiesta info, compilazione di un form, vendita di un prodotto).

Questo sviluppo dell’advertising on-line, a mio avviso, rappresenta un grosso pericolo per tutti i publisher, in quanto da una parte azzera il rischio d’impresa per l’azienda, e dall’altra raddoppia il rischio d’impresa del publisher. Costui non deve più semplicemente preoccuparsi di ottenere successo on line, ma anche di riuscire a far guadagnare l’azienda, della quale da veicolo di comunicazione diventa null’altro che un agente di vendita.

Certo, c’è da dire che il pay per action sarà sicuramente più costoso per l’azienda rispetto ad un semplice pay per click (se vendo auto, non posso pretendere di pagare 10 centesimi un ordine per una mercedes!), ma d’altra parte con tutte le aziende che hanno siti realizzati in modo vergognoso come si può pretendere che, una volta veicolato traffico in target verso il loro sito, questo traffico si tramuti in azione/acquisto?

Temo che, come sempre più spesso accade, i publisher più importanti, ma soprattutto i motori di ricerca, avranno la possibilità di intercettare la stragrande maggioranza degli investimenti pubblicitari delle aziende. In effetti, lavorando su grandissimi numeri di utenze, potranno permettersi di praticare prezzi molto competitivi rispetto alle piccole aziende e ai professionisti.

Di contro, ovviamente, i siti meno efficaci saranno destinati alla chiusura per mancanza di introiti pubblicitari. Inoltre, il mercato del publishing diverrà scarsamente attrattivo e, al contempo, si ridurrà la pluralità di voci, uno dei vanti principali del Web. Voci che, per gran parte, vivono grazie a programmi di affiliazione basati sul PPC e, che passando al CPA, ridurrebbero in misura notevole le proprie entrate (basti pensare al confronto tra le rendite di AdSense e di TradeDoubler per farsi un’idea).

Ritengo che l’unica strategia che possa determinare una riduzione di questo gap tra piccoli e grandi publisher sia quella di contrastare il cost per action, almeno allo stato attuale delle cose.

Voi che ne pensate?

Questo articolo è stato scritto dal mio amico Marek Dimitrovic