Archivio di marzo 2007

Gestire l’errore 404 in WordPress

sabato 24 marzo 2007

Errore 404L’errore 404 si verifica ogniqualvolta un utente o lo spider dei motori di ricerca tenta di accedere ad una pagina (o ad una componente di quest’ultima) che non è presente nel sito web.

Ovviamente, ciò accade se la pagina viene spostata o eliminata o, ancora, se il suo nome viene modificato nel tempo. In alcuni casi, inoltre, l’errore può verificarsi a causa di un link non corretto pubblicato da un altro sito verso il vostro. Vi sono, inoltre, ulteriori altre possibili cause che, per brevità, tralascio.

Digitando un URL non corretto, nella maggioranza dei siti internet, si ottiene una pagina poco comprensibile, stringata, priva di qualsiasi riferimento al layout del sito web a cui appartiene. Generalmente vi si trovano espressioni, credo incomprensibili ai più, quali “file not found” o “oggetto non trovato”. Segue una stringa che segnala il codice di errore “404″.

Cerchiamo ora di prevedere il comportamento di un utente medio che ha digitato o è pervenuto all’URL non corretto. Questi, nella maggioranza dei casi, ottenute delle informazioni che difficilmente riesce ad interpretare, abbandona il sito e passa al risultato successivo della serp da cui proviene o, addirittura, chiude il browser e rinuncia a navigare.

Questo non deve accadere! Pertanto è necessario modificare in modo sostanziale l’aspetto della pagina di errore, al fine di convincere l’utente a non abbandonare il nostro blog.

Utilizzando applicazioni per la gestione dei contenuti web, in genere, si ha la possibilità di modificare e personalizzare la pagina di errore in maniera molto semplice. Con WordPress, ad esempio, è sufficiente effettuare un editing del file 404.php, contenuto nella cartella del template che state utilizzando.

Inizialmente avevo deciso di operare in questo modo. Poi, però, mi sono imbattuto in due plugin che mi hanno concesso di mutare strategia e prendermela più comoda:

Il primo permette di ottenere una e-mail ogniqualvolta il server risponde con un errore 404. Mi è stato utilissimo: mi sono accorto che, avendo spostato un’intera categoria fuori dal loop, le pagine in essa contenute erano cercate dagli spider e, ovviamente, non venivano individuate. A quel punto ho effettuato dei redirect 301 (leggi un ottimo articolo su questo argomento) via htaccess risolvendo definitivamente il problema.

Inoltre, nel codice di un post, il nome di un’immagine era sbagliato e quindi, anche in questo caso, veniva segnalato un 404. Mi è arrivata l’e-mail ed ho subito corretto!

Consiglio a tutti pertanto di installare questa componente: è veramente molto utile.

Il secondo plugin permette di ridefinire completamente la pagina di errore 404 di WordPress, invero piuttosto limitata, poiché presenta solo il box di ricerca e un breve messaggio di errore.

Dopo aver localizzato il plugin e avervi apportato alcune modifiche sono riuscito ad ottenere una pagina di errore completa e che mi auguro possa invogliare l’utente a continuare la navigazione nel mio blog.

Credo che un’immagine, in questo caso, sia molto più efficace delle parole:

La mia pagina di errore 404

Come potete vedere, oltre ad un messaggio in cui avverto l’utente dell’errore e lo invito a continuare la navigazione, la pagina è, in pratica, una sintesi dell’intero blog.

Un primo elenco puntato contiene tutte le possibili operazioni che l’utente può effettuare che sono:

  • visitare la home page del blog;
  • leggere gli ultimi 5 articoli pubblicati (il plugin di Andrew permette di modificare a piacimento il numero di titoli visualizzabili);
  • segnalare all’autore del blog che si è verificato un errore;
  • effettuare una ricerca;
  • richiedere delle informazioni;

I puristi sostengono che una pagina di errore dovrebbe essere priva di immagini e dotata di un layout limitato, questo per consentire alla stessa di essere caricata molto velocemente. Onestamente, non sono d’accordo con questa affermazione.

La velocità di caricamento ha certamente un peso determinante nella progettazione web, ci mancherebbe! Ma altrettanto importante è garantire che la pagina possieda un’identità che renda consapevole l’utente di trovarsi in un determinato blog ed in nessun altro.

Ecco perchè ho utilizzato tout court il layout di Ranked.it. Quanto alla piccola immagine, parliamo di pochi Kilobyte che non possono rallentare più di tanto il caricamento della pagina stessa.

La Ricerca Personalizzata di Google

lunedì 19 marzo 2007

Ho inaugurato Ranked.it teorizzando sui possibili rischi che può correre la nostra Privacy nell’era della ricerca personalizzata di Google; ora passo a descrivere le funzionalità di questo servizio dal punto di vista tecnico.

La ricerca personalizzata è costituita da tre componenti:

  1. l’home page personalizzata;
  2. i risultati della ricerca personalizzata;
  3. la cronologia della ricerca.

Di queste, solo la prima è totalmente configurabile e gestibile dall’utente, per le altre il grado di personalizzazione è minore.

La ricerca personalizzata si attiva ogniqualvolta si accede al proprio account Google, pertanto è necessario effettuare la procedura di log out se si intende ritornare a navigare alla maniera tradizionale.

Home page personalizzata

Di questa componente hanno parlato in molti e, pertanto, non ho null’altro da aggiungere a quanto già è stato detto. Prenderò invece in esame le altre…

I risultati della ricerca personalizzata

Analizziamo le caratteristiche di questo strumento, anche alla luce di quanto affermato da Marissa Mayer in una recente intervista di Gord Hotchkiss:

  • solo due risultati su dieci sono personalizzati;
  • il primo risultato di una serp è sempre generico;
  • la ricerca personalizzata si attiva generalmente per ricerche frequenti;
  • in media vengono proposti risultati personalizzati una volta ogni cinque ricerche;
  • circa il 20% delle ricerche vengono stimate personalizzabili;
  • se la ricerca personalizzata è attiva i risultati delle serp che sono stati selezionati dall’utente presentano un campo che segnala il numero di volte in cui si è navigato in quel determinato sito e l’ora dell’ultima visita.

Consideriamo ciascun punto singolarmente.
Quanto al primo, non riesco a trovare una ragione logica circa il limite di due risultati personalizzati su dieci. Sembra quasi un compromesso per non disorientare troppo l’utente. Eppure nelle intenzioni di Google la ricerca personalizzata non doveva rappresentare uno strumento atto a migliorare la user experience?
Anche il secondo punto mi lascia perplesso. Perché il primo risultato deve essere identico in tutte le serp? Forse perché è il più rilevante? Se questa è la ragione, percepisco una forte contraddizione con quanto Google ha più volte dichiarato (Matt Cutts, in primis) e cioè che la prima posizione nelle serp non è poi così importante.
Il terzo punto è piuttosto banale.
È ovvio che la ricerca personalizzata si attivi molto più facilmente quando sono presenti molti dati che riguardano la nostra navigazione, situazione che si verifica quando sono state effettuate numerose ricerche per lo stesso argomento.
Circa il 4° punto, sono costretto ad ammettere di non aver intuito se tale limite sia il risultato di un calcolo statistico o, invece, una caratteristica intrinseca dello strumento.
Il punto 5, invece, rappresenta proprio un valore statistico.
Per l’ultimo punto, direi che è sufficiente l’immagine che segue.

Ricerca personalizzata di Google

Per concludere devo sottolineare che non esiste alcuna possibilità di disattivare la ricerca personalizzata se rimane attivo il proprio Google Account.

La cronologia della ricerca

Per accedere a questa funzione è necessario aver effettuato l’autenticazione in Google Account. A questo punto, al termine di una ricerca qualsiasi, comparirà, in altro a destra, il link cronologia ricerche.

Attivare la cronologia delle ricerche di Google

La sezione cronologia presenta numerose opzioni. Descriverò le più importanti. A tale scopo, di seguito propongo un’immagine che, per ragioni di layout, ho dovuto pesantemente modificare (è sufficiente un click su di essa tuttavia per visualizzare la versione integrale).

Cronologia ricerche di Google

Come si evince la schermata è suddivisa in tre colonne: la colonna sinistra contiene le opzioni disponibili, la colonna centrale mostra le serp delle ricerca (anche immagini, mappe o video) e la colonna destra presenta un calendario che consente di accedere alle pagine delle cronologie precedenti.

In questa sede analizzerò le opzioni della prima colonna.

La prima opzione permette, tramite l’apposizione di uno più segni di spunta, di visualizzare risultati per tutte o solo per certe tipologie di ricerca (Web, Immagini, News. Ecc.).

Seguono opzioni che permettono di sospendere il servizio di raccolta di tutti i dati di navigazione o solo di alcuni di essi.

“Tendenze” mostra statistiche, anche grafiche, delle principali ricerche effettuate, delle chiavi utilizzate e dei siti visualizzati. Articoli interessanti mostra, invece, una rassegna di articoli correlati agli argomenti delle proprie ricerche.

“Segnalibri”, infine, rappresenta un elementare servizio di bookmarking.

Conclusioni

La ricerca personalizzata di Google è uno strumento interessante sotto alcuni punti di vista, meno sotto altri. Sottolineo che non ho potuto effettuare test per valutare la differenze nelle serp con o senza Google Account attivo. Ho però letto molto sull’argomento e sono costretto ad ammettere che alcune sue caratteristiche mi lasciano alquanto perplesso. Alcuni blog sostengano, addirittura, che si tratti di una versione beta rilasciata, prematuramente, a scopo di test.

La ricerca personalizzata teorizzata da Google, a mio avviso, può rappresentare un punto di arrivo irrinunciabile per migliorare il modo di effettuare ricerche, ma questo può avvenire solo ed esclusivamente se l’utente è adeguatamente avvertito che i suoi dati di navigazione vengono inseriti nei database dell’azienda di Mountain View.

La procedura di rimozione, infine, è, discutibilmente, non accessibile dal proprio Google Account, (io, almeno, lì non l’ho trovata).

Mi è stato però sufficiente navigare qualche secondo e ed ecco il link che vi permette di disattivare completamente il servizio di ricerca personalizzata.

Per chi vuole approfondire

Intervista di Gord Hotchkiss a Marissa Mayer e a Matt Cutts sulla ricerca personalizzata di Google.

Attenti: Kerouac vi spia!

venerdì 16 marzo 2007

kerouac.jpgTra i vari professionisti che ho avuto modo di conoscere nel corso della mia vita, Kerouac3001, detto anche Grey Hat Seo, rappresenta certamente uno tra i personaggi più geniali e ingegnosi.

Oltre a possedere un’ottima conoscenza dei motori di ricerca, oltre ad essere un eccellente programmatore, ha il pregio di saper scrivere in un buon italiano e di porre dei “paletti etici” al suo lavoro.

Consentitemi di dire che non è da tutti!

Veniamo all’ennesima diavoleria che il ragazzo ha “tirato fuori dal suo grigio cappello”.

Kerouac ha creato uno script, denominato Tool per interrogare la cache di un utente, che permette di verificare se un dato utente ha navigato un certo insieme di siti.

Vediamo di spiegare il suo funzionamento nel dettaglio. Ogniqualvolta raggiungiamo una pagina web le sue componenti (html, immagini, css, ecc.) vengono salvate in una cartella del vostro hard disk. Questa, in gergo, viene definita cache, nascondiglio (termine italiano onestamente poco rappresentativo). I browser fanno un largo uso della cache per velocizzare il caricamento di queste stesse componenti senza dover effettuare una connessione al “lento” web server che ospita il sito.

Lo script di Vincenzo riesce ad analizzare la cache e ad individuare se l’utente ha visitato un certo numero di siti. Sia chiaro, non tutti i siti esistenti, ma quelli che Kerouac stesso (o chi utilizza lo script) ha selezionato e inserito nel database dell’applicazione.

In gergo viene effettuato un matching: viene controllato, cioè, se nella cache dell’utente sono presenti le componenti di questi siti.

Nell’esempio proposto sono stati inseriti circa 200 siti che si occupano di Seo, Web Marketing, Programmazione e Blog.

Al termine dell’analisi viene creato un report che stabilisce, in termini percentuali, se un utente è, nell’ordine, un Seo, un Web Marketer, un Programmatore e/o un Blogger.

Allego uno screenshoot del risultato da me ottenuto:

Analizzatore cache di Kerouac3001

Come potete notare il risultato è molto vicino alla realtà! Lo sanno anche i muri che sono molto scarso quanto a programmazione.

Vincenzo, nella sua presentazione, afferma giudiziosamente che questa “invenzione” lede il diritto alla Privacy dell’utente. In effetti, in linea teorica, il suo utilizzo permette di individuare tutti gli spostamenti effettuati nel web da un utente in un determinato arco di tempo.

Al di là delle interessanti applicazioni indicate da Kerouac, ritengo che questo tool potrebbe diventare un ottimo (e viscido, mi si conceda il termine) strumento per “controllare” i propri dipendenti. Caricando opportunamente il giusto set di siti web si potrebbe individuare chi utilizzi internet in maniera impropria senza dover analizzare i log del server di rete.

Che dire? Da ossessionato dalla Privacy quale sono, l’amico Gray Hat Seo mi fa un po’ paura, pertanto ho attivato l’opzione che cancella il contenuto della cache ogniqualvolta termino la navigazione.

Per ora sono tranquillo, anche se ho l’assoluta certezza che, prima poi, ne inventerà un’altra!

Dalla Link Popularity alla Social Popularity

giovedì 15 marzo 2007

social_popularity.jpgOggi inizia a collaborare con Ranked.it un amico: Marek Dimitrovic.
Laureato in Comunicazione di impresa, Marek si occupa di Web Marketing da circa nove anni. È un personaggio eclettico e dalla battuta sempre pronta, ma molto schivo e quindi poco noto nel panorama web italiano. Eppure di cose da dire ne ha molte! Ora, molto volentieri, cedo a lui la parola…

Presso gli operatori del settore SEO e Web Marketing SE oriented, c’è sempre un po’ di apprensione quando si tratta di prevedere la prossima mossa dei motori di ricerca e quando si deve decidere su quali strategie puntare per il futuro o su come investire al meglio le proprie risorse in termini di tempo e budget.

In questa sede voglio provare a dire la mia opinione su un possibile scenario futuro, partendo da alcune elementari considerazioni.

La figura del SEO, che, come dice la parola stessa, è un ottimizzatore, nasce in risposta ad un’oggettiva difficoltà dei motori di ricerca: riuscire a scandagliare la rete e ad ordinare, in base a criteri di rilevanza, i contenuti presenti sul web, raggiungendo anche a quella parte di web “nascosto” oggi stesso ancora molto diffuso (è sufficiente disporre di un sito privo di link per essere invisibili ai motori, anche se la manovra di Google di diventare registar potrebbe ovviare in tal senso).

I motori non riuscivano ad indicizzare alcuni tipi di url, alcuni tipi di documento, alcuni tipi di risorse, basti pensare agli url con diverse variabili, ai documenti in pdf, o ai famigerati swf di flash.

Data questa oggettiva difficoltà, nasce la figura del SEO, colui che intuisce come funziona e come ragiona il motore di ricerca, colui che cerca di aiutarlo ad indicizzare le pagine dei siti, in modo tale da riuscire a colmare le lacune del motore favorendo al contempo il proprio sito.

Bene, oggi non è più così!

Oggi i motori di ricerca si sono profondamente evoluti, riescono ad indicizzare e a “digerire” quasi tutti i tipi di risorse pubblicate nel web. Non è raro trovare nelle serp file di excel, pdf, doc di word, swf e url con decine di variabili.

Inoltre, abbiamo ormai appurato una volta per tutte che content is king e che un layout SE-friendly può ormai essere implementato dalla maggior parte dei grafici che abbiano un minimo, ma proprio un minimo, di confidenza con l’accessibilità e la validazione.

E quindi? Il SEO non è più un ottimizzatore, o meglio il compito principale del SEO non è più quello di ottimizzare un sito, ma quello di spingerlo, “pomparlo” il più possibile nelle serp pertinenti in modo tale da ottenere maggiore traffico e visibilità.

È con questo passaggio che il SEO, a mio avviso, smette di essere un semplice tecnico e diventa “un uomo di Marketing”.

Non è più possibile pensare al SEO quale figura che si occupa, per la totalità del suo tempo, a cercare link ad alto pr e a scrivere title tag efficaci (chiedendo migliaia di euro per farlo) o a sperimentare tecniche “fanta-programmatorie”. Assolutamente. Gli specialisti del posizionamento si trovano di fronte ad un bivio: continuare con quelle tecniche e fallire o cambiare completamente mentalità! Come? Molto semplice, espandendo l’area di competenza, smettendo di pensare esclusivamente ai motori ed iniziando a pensare alle persone: ottimizzare per l’utente, o quantomeno per il rapporto che si instaura tra sito e utente.

Di conseguenza, sarà compito del SEO studiare una struttura in cui inquadrare i contenuti ed allestire, se possibile, una redazione che si occupi di produrli; sarà quindi suo compito insegnare alla stressa redazione come si effettua del copywriting orientato ai motori (e quindi concetti quali l’espansione della query e la normalizzazione di un argomento, un buon uso di sinonimi e contrari e di parole-chiave per non perdere sottochiavi, penso, ad esempio, alle magiche parole costo, preventivo, offerta), si dovrà occupare dei percorsi di navigazione del sito in modo tale da disegnare traiettorie che spingano dolcemente il visitatore a convertire, a compiere un’azione, qualunque essa sia, ma, tassativamente, progettata a tavolino insieme al reparto marketing e commerciale.

In questo modo il SEO passa dalla ricerca della link popularity alla ricerca della social popularity: smette di affannarsi alla disperata rincorsa al bl con pr 5 per concentrarsi sullo studio della “user experience”, sull’usabilità  dell’interfaccia utente, aiutato in questo da strumenti quali forum, gruppi di discussione, blog e community, cercando di popolarli, rendendoli cioè luoghi in cui ci sia popolazione, vita, traffico.

In questo modo si arriva al traffico spontaneo di utenti, che d’altra parte si convertirà in segnalazioni e bl spontanei in giro per il web e si riduce l’importanza del traffico dai motori.

Non voglio sottovalutare il posizionamento classico, sarei un folle soltanto a pensarlo, ma quello che secondo me deve essere lo sviluppo del SEO, una volta raggiunta l’ottimizzazione e la considerazione da parte dei padroni motori di ricerca, è proprio lo svincolarsi da questi, forse un po’ troppo incontrollabili nelle loro politiche per potergli consegnare le sorti e il successo di una nostra iniziativa sul web.

Per “svincolarsi” intendo aggiungere una piattaforma sociale al proprio sito, in modo tale che un utente vi giunga una prima volta tramite i motori, ma poi vi ritorni digitando direttamente il suo url o attraverso i siti preferiti e, magari, portando con sé, grazie al passaparola, altri utenti o potenziali acquirenti.

Si creerebbe un percorso virtuoso in cui, agli accessi tramite motori, primo, vero, irrinunciabile ed indispensabile step in una campagna SEM, corrispondano, nel medio periodo, molti più accessi tramite passaparola, newsletter, forum, blog e buzz vari, ottenibili, magari, attraverso un giusto mix tra i vari media, considerando qualche leggera e non invasiva iniziativa di DM.

L’appuntamento con il Social SEO sarà, a mio avviso, la sfida più dura per gli operatori del web del prossimo futuro. Coloro che vi giungeranno in orario disporranno sicuramente di una marcia in più rispetto ai semplici posizionatori, riusciranno ad attrarre a sé, a scapito degli altri siti, un trust molto più efficace e redditizio di quello degli algoritmi dei motori di ricerca, ovvero il trust, la fiducia, degli utenti.

Scritto da Marek Dimitrovic

Privacy, Google e la Ricerca Personalizzata

martedì 13 marzo 2007

gcalderone.jpgHo un’ossessione: la Privacy! Fosse per me, riformulerei la struttura degli oroscopi. Ad amore, salute e lavoro aggiungerei proprio la voce Privacy. Non credo negli influssi astrali, ma, come tutti, dal barbiere o dal medico, sfoglio una rivista e, talvolta, leggo proprio la rubrica degli Oroscopi. Pensate che meraviglia poter leggere che domani riceverò solo 5 messaggi di spam e che nessuno mi telefonerà per propormi un nuovo, esclusivo contratto che rivoluzionerà il mio modo di navigare nel web!
Illusioni, certo! Però mi metterebbero di buon umore per una manciata di minuti: di questi tempi non è poco!

Questa personalissima introduzione per confessarvi che ho il timore che, un giorno,
una applicazione possa essere messa in grado di conoscere i miei gusti, le mie preferenze e i miei sentimenti. Non solo, sono terrorizzato dall’idea che questa stessa applicazione possa predire il mio comportamento ed anticipare le mie scelte.
In poche parole che “rubi” la mia anima.

La mia ipotesi è che Google, fra qualche tempo, possa arrivare a questo risultato!
Attenzione dico che potrebbe non che sia una sua nelle sue intenzioni farlo, un pericolo potenziale insomma.

A questo punto introduciamo il concetto di ricerca personalizzata di Google.
Di che si tratta? Semplicemente di mostrare all’utente serp, cioè le pagine risultato di una ricerca, che assecondino i suoi gusti, le sue preferenze ed eventualmente anche le sue inclinazioni.

Lo scopo dichiarato da Google è quello di migliorare il suo sistema di ricerca. Forse è così. Ma è ovvio che l’obiettivo reale è quello di targhettizzare il più possibile i suoi ads.
Del resto, banalità per banalità, la mission di Google è vendere pubblicità nel web.

Come può possedere questo motore di ricerca una conoscenza così approfondita di ciascun utente tale da consentirgli di fornire un simile servizio? È evidente, attraverso i suoi servizi gratuiti, per meglio dire attraverso l’uso che ciascun utente fa di questi ultimi.

E chi tra noi, esperto o meno, non utilizza uno tra gli innumerevoli tool di Google? Forse solo coloro che non dispongono di un pc!

Quali sono le informazioni a sua disposizione?

  • Conosce le nostre ricerche sul web (Google Search e Alert).
  • Conosce i siti che visitiamo più spesso (Google Toolbar), quanto tempo vi trascorriamo, che link selezioniamo e via dicendo.
  • Conosce i nostri siti (Google Webmaster Tool), sa chi li visita, chi vi acquista e perché (Google Analytics), a volte addirittura li ospita (GooglePages & Blogger).
  • Conosce le nostre transazioni online e il numero della nostra carta di credito (Google Checkout).
  • Può leggere indisturbato la nostra posta elettronica (Google Gmail).
  • Può leggere i nostri documenti (Google Docs & Spreadsheet).
  • Sa in quali locali vorremmo cenare il sabato (Google Maps).
  • Può pure fotografarli (Google Earth).
  • Conosce le nostre letture preferite (Google Books).
  • Sa di che complementi di arredo vorremmo dotare il nostro nuovo appartamento (Google Catalog).
  • Conosce i nostri appuntamenti (Google Calendar).
  • Conosce l’intero contenuto del nostro hard disk (Google Desktop).
  • Sa se siamo interessati alla Borsa e a che azioni (Google Finance).
  • Sa quali potrebbero essere i nostri prossimi acquisti (Google Froogle).
  • Sa chi sono i nostri amici, le nostre inclinazioni e i nostri interessi (Orkut).
  • Sa quali sono le nostre foto preferite (Google Picasa).

Ok, ora mi fermo. Vi assicuro, però, che potrei continuare a scrivere per molto tempo ancora.

Ribadisco che la minaccia è solo potenziale. Però è indubbio che queste informazioni siano fisicamente a disposizione dell’azienda di Mountain View. Quale uso questa azienda, poi, intenda farne, non è possibile prevederlo.

Aggiungo anche che la raccolta di dati effettuata da Google è totalmente legittima.
Quando si apre un account Gmail, ad esempio, viene più volte ribadito che il contenuto delle e-mail che si ricevono potrà essere utilizzato a fini statistici proprio per garantirci una ricerca personalizzata.
A questo proposito, poco tempo fa, Marissa Mayer, celebre Vice Presidente di Google, ha affermato che, al momento, la ricerca personalizzata non intende però avvalersi dei contenuti di Gmail. Al momento, aggiungo io…

Sono pessimista per natura e suggestionato dalla lettura di catastrofici romanzi di fantascienza in cui l’uomo viene soggiogato e dominato dai computer. Forse sono questi i motivi per cui non riesco a togliermi dalla mente un’immagine: vedo un enorme calderone, dei Brin e Page meccanici che danzano selvaggiamente attorno ad esso e decine di Vice Presidenti di Google che, a turno, aggiungono ingredienti (i nostri dati personali) alla pietanza che bolle. Ecco, ad un certo punto, Page immerge la mano dentro il pentolone e se ne esce con la certezza assoluta che io, Enrico Ladogana, avrò intenzione di acquistare, la settimana prossima, l’ultimo libro di John Grisham.

Sono paranoico? Può essere. Google però dispone di una quantità enorme di dati che mi riguardano. Manca solo la tecnologia predittiva.
Già ora, però, è sufficiente incrociare alcuni dati per individuare quasi tutti i miei movimenti passati nel web. Nei prossimi anni è lecito supporre che si potranno prevedere i miei movimenti futuri.

Del resto, anche ammettendo che Google non arrivi a questo traguardo con le proprie risorse interne, è certo che andrebbe ad acquisire l’azienda che vi riuscisse. Niente di male, lo fa pure Microsoft da decenni!

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi se io raccomandi di non utilizzare i servizi di Google. No, ci mancherebbe! Se una risorsa è palesemente utile sarei uno stupido a non utilizzarla. La ricerca di Google rimane la più efficace. Analytics è un sistema di statistiche eccellente. Webmaster Tool è un’applicazione molta valida per indicizzare un nuovo sito e a conoscerne la sua performance nel tempo.
Tuttavia bisogna essere consapevoli che c’è un prezzo da pagare, la rinuncia a parte della nostra Privacy. Nei casi in cui invece l’utilizzo di applicazioni di Big G non mi garantiscano del reale valore aggiunto cercherò senz’altro delle alternative.

Qualche esempio? Ho disinstallato la Google Toolbar (che, ricordiamolo, è uno spyware legalizzato), non uso Gmail, non userò Docs & Spreadsheet (c’è Open Office che è gratuito e non raccoglie dati), infine, navigherò per quanto possibile con il mio account disattivato. Probabilmente quest’ultima precauzione sarà difficile da mettere in pratica. È probabile che, a breve, tale funzionalità venga ad attivarsi automaticamente ogniqualvolta si procederà all’identificazione in uno qualsiasi tra i servizi offerti da Google. Attenzione, è una procedura di opt-out: dobbiamo essere noi a disattivare il servizio!

Lo ripeto per l’ennesima volta: io, forse, non faccio testo, influenzato come sono dalle mie letture ed ossessionato dalla Privacy. Mi si dimostri però, senza ombra di dubbio, che quanto pavento non si verificherà mai. A quel punto – e solo a quel punto – sarò disposto allora a cambiare la mia opinione.

Consentitemi un’ultima provocazione. Il motto di Google è “Don’t Be Evil”, non Essere Malvagio. Che c’è di più malvagio del Diavolo (guarda caso [D]Evil in inglese)? E come immaginate questo essere? Io me lo raffiguro come una persona dal fascino irresistibile, sottilmente tentatore, disponibile a regalarmi tutto ciò che bramo per poi rubarmi l’anima.
Lo ammetto Google regala solamente dei software e delle applicazioni, non macchine sportive e modelle di Victoria Secrets. Soddisfa forse piccoli bisogni e si prende in cambio (legittimamente), solo un piccolo pezzetto della nostra vita, i miei e i vostri dati personali.
Nonostante questo, io una piccola similitudine con l’immagine di prima riesco a intravederla. E voi?